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Speciale Due Partite, una commedia dolce-amara sul mondo femminile

Due partite, due generazioni allo stesso tavolo

di Chiara Lucchini

Tratto dalla pièce teatrale (2006) di Cristina Comencini, che l’ha adattata con il regista, il film Due partite è diviso in due parti: nel 1966 quattro madri giocano a carte in un salotto borghese di Roma, mentre le loro bambine giocano nella stanza accanto; nel 1996 quattro amiche – le bambine del 1966, che colleghiamo alle madri per somiglianza o per contrasto – si ritrovano per il funerale della madre di una di loro, morta suicida.
Due epoche, due modi di essere donna in un cinema di impostazione teatrale: un gioco di parole e silenzi, di confessioni e di cose non dette, con un lavoro di montaggio che alterna primi piani a piani sequenza intorno al tavolo da gioco.
Nonostante si parli molto di infelicità e insoddisfazione, il primo atto è nel complesso frizzante, in un’alternanza di comicità e amarezza: abiti vivaci, una fotografia dai colori caldi e la conclusione con le doglie di un parto imminente, in un’ottica ottimista.
Il secondo atto è più cupo: le protagoniste sono tutte vestite di nero, i toni sono freddi, e si insiste molto sulle difficoltà di avere figli.

Nella prima parte Beatrice (Isabella Ferrari), che aspetta il primo figlio, è una sognatrice che divora libri e ha sposato un uomo che le scrive delle lettere invece di parlarle; Claudia (Marina Massironi) gioca a fare la perfetta madre di tre figli e la devota moglie di un marito che la tradisce; Gabriella (Margherita Buy) è una donna frustrata che per la famiglia ha sacrificato la sua carriera da musicista; Sofia (Paola Cortellesi) è dura e cinica, madre di una figlia indesiderata e moglie di un marito che disprezza e che tradisce.

Nella seconda parte le quattro figlie – Sara (Carolina Crescentini), Cecilia (Valeria Milillo), Rossana (Claudia Pandolfi) e Giulia (Alba Rohrwacher) – lavorano tutte, sembrano più emancipate ma sono anche molto stanche, figlie infelici di madri infelici, come loro alla ricerca di definire un’identità femminile.
Le figlie si confidano sogni e paure, ritrovando l’intimità delle madri: nonostante il lavoro e l’indipendenza, queste donne non sono più felici di prima, sono solo più consapevoli e più disilluse.

Motivi ricorrenti sono il rapporto tra maternità e lavoro e il confronto tra figlie e madri. Le due partite sembrano concludersi in pareggio, con il ricorrere di alcuni temi, come ad esempio il rapporto tra femminilità e modernità : diventare moderne significa smettere di essere donne?
Il ruolo degli uomini, che non si vedono mai ma sono sempre al centro dei discorsi delle donne, cambia radicalmente tra i due atti. Nel primo sono al centro delle rivendicazioni femminili: assenti perché troppo impegnati nel lavoro, sono comunque detentori di un rapporto di forza. Nel secondo atto il ruolo si inverte e gli uomini sono deboli, insicuri e pieni di paure.

Al centro della poesia di Rilke  che nel primo atto Beatrice non fa in tempo a leggere alle amiche, e che leggerà sua figlia nel finale del film, c’è la questione dei sessi, il sogno di considerarsi un essere umano e non un maschio o una femmina. Già Sofia lamentava: «ma dobbiamo ancora parlare di maschi e di femmine, non potremmo parlare di persone?».