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Erin Brockovich (2000), di Steven Soderbergh

Una minigonna per la giustizia

di Chiara Lucchini

Due matrimoni, due divorzi, tre figli piccoli da sfamare, tante bollette e una causa persa per un incidente d’auto. Erin Brockovich, poco più di trent’anni, è disperata. Va da Ed Masry, l’avvocato che l’ha difesa, e lo convince ad assumerla nel suo studio legale. Incaricata di archiviare vecchie pratiche, è incuriosita dalla presenza di referti medici in una documentazione relativa ad alcune proprietà immobiliari. Intraprendente e con un forte senso della giustizia, indaga sulle cause dell’alto tasso di malattie e di morti tra gli abitanti di Hinkley, cittadina californiana. Scopre così che uno stabilimento della Pacific Gas & Electric ha immesso nell’acqua corrente usata dagli abitanti del cromo esavalente, sostanza altamente tossica e cancerogena sfruttata dagli stabilimenti pubblici come inibitore della ruggine.
Conquistandosi la fiducia del proprio datore di lavoro e degli abitanti di Hinkley, Erin raccoglie più di seicento adesioni di persone che si costituiscono parte civile contro la PG & E., condannata a pagare 333 milioni di dollari, il più alto risarcimento in un processo civile nella storia degli Stati Uniti. Come compenso per il lavoro svolto, Erin riceve due milioni di dollari.

Senza cedere alla retorica, Steven Soderbergh conduce una narrazione fluida, ricca di humor, evitando momenti troppo enfatici o declamatori. Il film addirittura non mostra il momento in cui il giudice condanna la PG & E.: riducendo il dramma processuale a una brevissima scena in tribunale e a un paio di colloqui tra avvocati, i veri nemici non compaiono mai sullo schermo.
«Ci sono registi che mostrano e altri che si lasciano guardare mentre guardano qualcos'altro. Soderbergh adotta senza incertezze la seconda opzione», osserva il critico Mario Sesti.
Erin Brockovich rimane in linea con la tradizione americana ma allo stesso tempo se ne allontana, facendo convivere dramma civile e intrattenimento.
«Ho capito che il mio obiettivo era essere il più vicino possibile a quello che realmente è successo», dice il regista, che anche allo stile dà un tocco naturalistico, lasciando filtrare nelle inquadrature la luce lattiginosa della realtà. La vera Erin riconosce che il film è fedele e molto accurato, con pochissime licenze creative.

Cinque nomination (miglior film, regia, attrice protagonista, attore non protagonista e sceneggiatura originale), un Premio Oscar a Julia Roberts, che nel 2001 vinse anche il SAG Award, il BAFTA e il Golden Globe per la miglior attrice in un film drammatico. Mai nessuno prima di lei aveva ricevuto contemporaneamente questi quattro premi, i più prestigiosi a cui un attore può aspirare.
«Julia era l’unica persona che avrebbe potuto interpretare questo personaggio. Notai che aveva un’energia, un carisma simile a quello della vera Erin», afferma Soderbergh, che sfrutta questa affinità. «Quello che il regista mi chiedeva non era semplicemente di imitare qualcuno: lui voleva che io abitassi il concetto di questa persona», spiega la Roberts, felice di affrontare la sfida perché «questo è un personaggio così bello da interpretare… è così completo, ci sono così tanti livelli differenti della personalità… e poi la sua fisicità…». Fascino e seduzione, infatti, sono armi importanti con cui Erin conduce la sua battaglia e convince gli uomini ad aiutarla.

Scritto da Susannah Grant, Erin Brockovich ripercorre le tappe che la psicoterapista Maureen Murdock descrive ne Il viaggio dell’eroina, superamento di retrogradi e avvilenti stereotipi femminili.